Yerevan, Sevan, Kachkar

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Yerevan e i semi della speranza

 

Yerevan, la capitale dell’Armenia, si trova a 1000 metri d’altezza, non è molto attraente pur avendo una pianta circolare assai interessante e sulla piazza centrale edifici costruiti con il tufo di diversi colori, come le belle chiese che ornano il Paese.

Sarà la gentilezza e l’affabilità della gente a far apprezzare la città nonostante la sua architettura tra il sovietico e il tentativo di preservare, in chiave moderna, le tipicità armene. La visita al monumento all’olocausto del popolo armeno, moderno, sovietico, suscita un’emozione inevitabile che prende la gola quando si entra tra gli spicchi del cono che alternano luce e ombra, al cui centro la fiamma eterna arde, perchè nulla sia dimenticato. La gente entra nel cerchio e depone attorno al fuoco un fiore, mentre la musica dei più famosi musicisti armeni si libra nell’aria senza interruzione, in omaggio a quel primo sacrificio di uno sterminio di massa che, purtroppo, fu il primo ma non l’unico nella storia del mondo. Di grande interesse si rivela la visita alla biblioteca “Matenaradam” dove vengono custoditi gelosamente gli antichi libri disseppelliti. Antiche copie miniate dei libri sacri che diventavano patrimonio della famiglia e quando, per il troppo uso diventavano illeggibili, venivano seppelliti nel cimitero con vero funerale. E se vi meraviglierà l’assenza di dipinti all’interno delle chiese, questo è dovuto al fatto che non ce n'era bisogno; tutti gli episodi biblici e le storie sacre il popolo le conosceva dalla lettura dei loro manoscritti. Il lago Sevan si trova a 2000 metri d’altezza. Uno dei tre laghi di quella che fu la Grande Armenia. In Turchia resta il lucente e perlaceo lago Van, dove una leggenda armena racconta che la regina Semiramide, colei che fece costruire i giardini pensili di Babilonia, fece guerra al re Ara, famoso per la sua bellezza, che lei voleva conquistare a tutti i costi; durante la battaglia il re purtroppo morì, e lei fu detronizzata dai figli. Semiramide fuggì verso il lago, gettò la sua collana di perle in quelle acque scintillanti e vi si buttò. La leggenda dice che fu trasformata in una roccia. C’è un’altra cosa che colpisce e affascina in questo straordinario Paese: è il kachkar.   I Kachkar sono enormi pietre che rappresentano croci capaci di emanare un’aura metafisica che attira lo sguardo e suggestiona la mente. Sono la forma d’arte più tipica di questo Paese, riportano al significato ancestrale insito nell’incorruttibilità della pietra. Queste steli sono spesso infilate nella terra, anche come lapidi funerarie, e costituiscono uno dei quattro elementi insieme all’aria, all’acqua e al fuoco. La croce è rappresentata come un albero vivo, con le radici a volte molto frondose, in questo caso sono dette croci fiorite: rappresentano l’albero della vita che rinasce dopo la morte, come il Cristo. Quando ancora non esisteva la croce, i kachkar si chiamavano vishap ed erano enormi pietre a forma di pesce, o d’uccello, o d’animali misteriosi: erano rappresentazioni delle divinità preposte al culto dell’acqua, proteggevano i campi dalla siccità e gli esseri umani dai malanni. I kachkar apparvero per la prima volta nel IX secolo, dopo la liberazione dalla dominazione araba. Fu Gregorio l’Illuminatore, il fondatore della Chiesa Armenia3Apostolica Armena e patrono della Nazione, a far apporre queste croci agli angoli delle vie e sulle piazze per diffondere la fede cristiana. Le capacità artistiche degli scultori sono evidenti: in uno spazio relativamente piccolo sono incise un’elaborata quantità di volute vegetali e geometriche, intrecci tra visioni reali e immaginarie, frutto di un’espressione intima dell’anima che tende verso l’infinito e aspira all’eterno. Infine la pietra appartiene alla montagna ed è perciò anche la pietra portante dell’edificio del cosmo, vista come chiave di volta della Chiesa. C’è un altro simbolo diffusosi nel Paese e assunto dall’arte: è il frutto del melograno. La melagrana è rossa come il sangue, è piena di semi, i semi della speranza, ma anche della rinascita del popolo armeno temprato dalla sofferenza.   

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